venerdì 4 maggio 2012
Amo i tuoi occhi, amica mia,
E il loro gioco d’incanto e di fuoco,
Quando, d’un tratto, tu li sollevi
E come un lampo nel cielo
Rapida intorno ti guardi…
Ma vi è un incanto ancor più intenso;
Quando nei tuoi occhi chini,
Nel momento del bacio appassionato,
Attraverso le tue ciglia abbassate
Arde il cupo fuoco del desiderio.
(F. I. Tjutčev)
*
Io t’incontrai dove la notte
confina col giorno; dove la luce
suscita le tenebre in alba
e l’onde portano il bacio
dall’uno all’altro lido.
Dal cuore dell’azzurro impenetrabile
giunge un aureo appello,
e attraverso il crepuscolo di lagrime
io tento di fissarti,
e non son sicuro di vederti.
(R. Tagore)
…Puoi aiutarmi forse?
ma esiste un aiuto poi?
Vivrò ancora molto
…ma vivrò veramente?
Oppure il sogno come si è realizzato
era il mio unico fugace e breve momento di vita
di realtà veramente vissuta e conquistata…
…Con grande stupore io guardo indietro alla nostra vita
alla nostra realtà precedente
e dico a me stessa …abbiamo forse sognato?… Recitato?
…O cos’altro diavolo abbiamo fatto mai?..
È questa la vera realtà ed è insopportabile..
Io parlo, rispondo, rifletto, mi vesto, dormo e mangio
e un quotidiano costringimento,
un’esteriorità strana e insensibile..
Ma dietro questa maschera io piango continuamente..
Piango continuamente per me stessa per non poter
essere mai più come prima..
Ciò che è stato non tornerà mai più è finito per sempre
distrutto come un sogno..
(I. Bergman, Un mondo di marionette)
La sera era solitaria per me,
ed io me ne stavo a leggere un libro,
finché il cuore mi divenne arido,
e mi parve che la bellezza fosse cosa
confezionata dai mercanti di parole.
Stanco chiusi il libro e spensi la candela.
In un istante la camera si riempì
del chiaror della luna.
Spirito di bellezza, come potevi tu,
che inondi di splendore il cielo,
startene nascosto dietro
una piccola fiammella di candela?
E come le poche parole vane
d’un libro potevano sollevare un nembo
a velar quella parola che ha colmato
d’ineffabile pace il cuor della terra?
(R. Tagore)
Anima mia
chiudi gli occhi
piano piano
e come s’affonda nell’acqua
immergiti nel sonno
nuda e vestita di bianco
il più bello dei sogni
ti accoglierà
anima mia
chiudi gli occhi
piano piano
abbandonati come nell’arco delle mie braccia
nel tuo sonno non dimenticarmi
chiudi gli occhi pian piano
i tuoi occhi marroni
dove brucia una fiamma verde
anima mia.
(N. Hikmet)
Ricordo l’istante incantato:
Davanti m’eri apparsa tu,
Come fuggevole visione,
Come genio di pura bellezza.
Nei disperati miei tormenti,
Nel chiasso delle vanità,
Tenera udivo la tua voce,
Sognavo i cari lineamenti.
Anni trascorsero. Bufere
Gli antichi sogni poi travolsero,
Dimenticai la tua tenera voce,
I tuoi celesti lineamenti
E in silenzio passavo i giorni
Recluso nel vuoto grigiore,
Senza più fede e ispirazione,
Senza lacrime, né vita né amore.
All’anima fu dato risveglio:
E ancora mi sei apparsa tu,
Come fuggevole visione,
Come genio di pura bellezza.
E nell’ebbrezza batte il cuore
E tutto in me risorge già –
E la fede e l’ispirazione
E la vita e le lacrime e l’amore.
(A. Puškin)
[...] Nessun nome. Nessun ricordo oggi del nome di jeri; del nome d’oggi, domani.
Se il nome è la cosa; se un nome è in noi il concetto d’ogni cosa posta fuori di noi;
e senza nome non si ha il concetto, e la cosa resta in noi come cieca, non distinta e non definita;
ebbene, questo che portai tra gli uomini ciascuno lo incida, epigrafe funeraria,
sulla fronte di quella immagine con cui gli apparvi, e la lasci in pace non ne parli più.
Non è altro che questo, epigrafe funeraria, un nome. Conviene ai morti. A chi ha concluso.
Io sono vivo e non concludo. La vita non conclude. E non sa di nomi, la vita.
Quest’albero, respiro trèmulo di foglie nuove. Sono quest’albero. Albero, nuvola;
domani libro o vento: il libro che leggo, il vento che bevo. Tutto fuori, vagabondo.
L’ospizio sorge in campagna, in un luogo amenissimo.
Io esco ogni mattina, all’alba, perché ora voglio serbare lo spirito così, fresco d’alba,
con tutte le cose come appena si scoprono che sanno ancora del crudo della notte,
prima che il sole ne secchi il respiro umido e le abbagli.
Quelle nubi d’acqua là pese plumbee ammassate sui monti lividi, che fanno parere piú larga
e chiara nella grana d’ombra ancora notturna, quella verde plaga di cielo.
E qua questi fili d’erba, teneri d’acqua anch’essi, freschezza viva delle prode.
E quell’asinello rimasto al sereno tutta la notte, che ora guarda con occhi appannati e sbruffa
in questo silenzio che gli è tanto vicino e a mano a mano pare gli s’allontani cominciando,
ma senza stupore a schiarirglisi attorno, con la luce che dilaga appena
sulle campagne deserte e attonite. E queste carraie qua, tra siepi nere e muricce screpolate,
che su lo strazio dei loro solchi ancora stanno e non vanno. E l’aria è nuova.
E tutto, attimo per attimo, è com’è, che s’avviva per apparire.
Volto subito gli occhi per non vedere più nulla fermarsi nella sua apparenza e morire.
Così soltanto io posso vivere, ormai. Rinascere attimo per attimo.
Impedire che il pensiero si metta in me di nuovo a lavorare,
e dentro mi rifaccia il vuoto delle vane costruzioni.
La città è lontana. Me ne giunge, a volte, nella calma del vespro, il suono delle campane.
Ma ora quelle campane le odo non più dentro di me, ma fuori, per sé sonare,
che forse ne fremono di gioja nella loro cavità ronzante,
in un bel cielo azzurro pieno di sole caldo tra lo stridío
delle rondini o nel vento nuvoloso, pesanti e cosí alte sui campanili aerei.
Pensare alla morte, pregare.
C’è pure chi ha ancora questo bisogno, e se ne fanno voce le campane.
Io non l’ho piú questo bisogno,
perché muoio ogni attimo, io,
e rinasco nuovo e senza ricordi: vivo e intero,
non piú in me, ma in ogni cosa fuori.
(L. Pirandello, Uno, nessuno e centomila)
È soltanto un cristianesimo come bellezza, come attrattiva, l’unico in grado di rispondere alla sfida del cuore, l’unico in grado di fare fronte, di affrontare questa esigenza di totalità che il cuore ha, l’unico in grado di vincere la lontananza, se il cuore cede alla sua attrattiva. Senza Cristo non c’è pienezza, e perciò non c’è verginità, che consente un rapporto vero con tutto: con le cose, con le persone, con tua moglie, con i figli, con quelli che lavorano con te, senza che il potere decida tutto. Un rapporto gratuito, un rapporto di una persona affettivamente compiuta, che non usa gli altri per riempire il vuoto che ancora resta. Senza questo è inutile tutto il moralismo, perché prima o poi soccombiamo. Per questo il Papa usa in tante occasioni la parola «attrae»: «Il Dio incarnato ci attrae» e ripete in continuazione il verbo «attrarre», il verbo «attirare». Sant’Agostino dice: «Se il poeta ha potuto dire [cita Virgilio, Ecl. 2 ]: “Ciascuno è attratto dal suo piacere”, non dalla necessità ma dal piacere, non dalla costrizione ma dal diletto; a maggior ragione possiamo dire che si sente attratto da Cristo l’uomo che trova il suo diletto nella verità, nella beatitudine, nella giustizia, nella vita eterna, in tutto ciò, insomma, che è Cristo».
Julian Carròn
Si può essere scettici o d'accordo con quanto scritto sopra ma certo non indifferenti sia che nasca un contraddittorio che si resti in silenzio a riflettere!
giovedì 3 maggio 2012
Fire and Grace: Due cure per l’amorePrima:Non vederlo. Non chia...
Fire and Grace: Due cure per l’amore
Prima:
Non vederlo. Non chia...: Due cure per l’amore Prima: Non vederlo. Non chiamarlo, né scrivergli una lettera. Seconda: Piú semplice. Impara a conoscerlo meglio. ...
Prima:
Non vederlo. Non chia...: Due cure per l’amore Prima: Non vederlo. Non chiamarlo, né scrivergli una lettera. Seconda: Piú semplice. Impara a conoscerlo meglio. ...
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