Scende la sera, immobili sono i prati. Il gorgogliare del ruscello assetato silente tutto il giorno si leva di nuovo. Abbandonata è la quasi falciata pianura, silenziose le stoppie..........E lontano sul puro orizzonte vedi pulsante per la prima stella il liquido cielo sopra la collina.

giovedì 3 maggio 2012

Poesie ed altro: ARTICOLI: IL PIANETA VULCANO

Poesie ed altro: ARTICOLI: IL PIANETA VULCANO: sabato, 14 agosto 2010   ARTICOLI: IL PIANETA VULCANO   Come avrei potuto lasciarmi sfuggire un articolo su Vulcano e la mia serie di tele...
Alla bambina che sono stata, a quella che vedo vivere e trasformarsi in mia figlia. Al padre, puro istinto di sopravvivenza, alla madre, dolce e generosa. Ai sogni che non sono stati trasmessi a quelli che sono stati partoriti, alla natura ed allo spirito che fanno parte o combattono dentro di noi, al microcosmo della famiglia ed al macrocosmo dell'universo. Agli stravolgimenti di un giorno, agli incantamenti di un'ora, alla spontaneità delle visioni ed al suono delle voci, a quei momenti che ancora risuonano come un'eco lontana ma allo stesso tempo vicinissima. Le grandi domande sulla vita spesso trovano risposta nell'erba che cresce o in un fiore che marcisce in un vaso, la natura viene ripresa dai nostri sguardi, le creature sono percepite da tutti i sensi e poi si cresce, aumenta l'altezza e la vertigine che si prova è immensa. Si scoprono le menzogne degli adulti che vengono propinate ai bambini, ci si arrabbia per quelle menzogne un tempo verità assolute, si tenta di trasformarle in certezze, di dargli un fondamento scientifico. A volte ci si riesce, altre no! L'equilibrio raggiunto dalla risposta alla domanda: "Che persona voglio essere?". Le spiegazioni date e la bellezza dell'accettazione della vita e della morte sono una ricerca che spesso rimane tale! A quella bambina chiedo scusa e dico: "grazie!"
Sono sempre più stupita dalle malformazioni sentimentali che superano quelle fisiche. Non ci sono protesi per aggiustarle, men che meno personalizzate e leggere, capaci di far riprendere il cammino a qualsiasi rapporto umano. Ho visto segare arti, letteralmente segarli, in sala operatoria, a donne anziane e giovani. Non sapevo allora che l'arto tagliato andava messo in un sacco speciale ed inviato all'inceneritore come gli altri rifiuti speciali. Il lavoro paziente del chirurgo per ricucire tutti i vasi e sistemare la pelle sotto il ginocchio come fosse un orlo da rifinire, era una meraviglia per me che amavo la chirurgia e le sue implicazioni nel rinnovare sia la qualità che la durata della vita di un essere umano. Certo non potevo scendere in dettagli da far svenire o vomitare i più sensibili ma tentavo comunque di far comprendere come il nostro corpo si possa aggiustare mentre l'anima è meno disponibile a ricevere simili interventi. Ci sono medici che usano la parole, altri i farmaci, altri ancora i fiori e le preghiere, la meditazione ed il training autogeno, ognuno trova medicamenti e terapie adatte ed efficaci a suo dire. Tuttavia non è come ricucire una gamba o l'addome ferito da un manubrio di una motocicletta, con l'anima si deve essere più accorti sia nel curarla che nell'evitare di danneggiarla. Ho visto una madre trascorrere notti insonni a parlare alla figlia per farla uscire da uno stato di torpore apparente dovuto a un dolore talmente acuto da paralizzare perfino le sue funzioni vitali. Con quelle parole, quei ricordi, quelle carezze, con racconti e aneddoti, con una pazienza infinita, risvegliò da quel torpore mortale la ragazza. Gli analisti di ogni scuola avrebbero pagato qualsiasi cosa per conoscere il detto ed il non detto di quella terapia che tale non sapeva neppure di esserlo. Ho visto la tenacia dell'amore non cedere di fronte all'evidenza della morte, annunciata da odori e rantolii, ho visto parlare persone con i propri cari perfino dopo il decesso, non coscienti oppure talmente sicuri della vita che scorreva ancora nelle loro vene da non immaginare che quella stessa corrente potesse interrompersi nei vasi sanguigni di coloro che amavano. Negavano l'evidenza a se stessi e doverli allontanare da quel letto per registrare legalmente i dati del decesso era faticoso ed avvilente. Dover aprire gli occhi a chi gli occhi non cessava di vederli aperti, chiuderli a coloro che non li avrebbero più aperti, quella era la parte più difficile del mio "lavoro". Una notte ho perfino sbagliato a definire il rapporto di parentela dando inizio ad una serie di equivoci da commedia dell'arte. Ho fatto le condoglianze alla moglie del defunto definendola madre, non contenta quando mi ha corretto senza precisare il suo ruolo, ho continuato definendola sorella. Tale era il suo dolore che non mi ha investito ne insultato e da allora mi sono guardata bene dal definire cosa fossero o non fossero i parenti dei pazienti deceduti, chiamandoli semplicemente: "Lui" o "Lei". Un padre, non lo dimenticherò mai: alto un metro e novanta, magrissimo, sembrava una canna mossa dal vento del dolore, pronta a piegarsi ed a spezzarsi. Parlava con la figlia, appena deceduta, come fosse pronta a replicare, usava un tono dimesso ed è riuscito anche a spaventarmi, temevo che morisse di infarto per il dolore provato. Non fumo ne bevo caffè, ma quella notte ho preparato una tazza di caffè per quell'uomo e gli ho chiesto se voleva fumare chiedendo ad un mio collega, allibito, di consegnarmi il suo pacchetto di sigarette e l'accendino. Ha bevuto volentieri il caffè, non era un fumatore. Ho smesso da tempo di lavorare in quel reparto, l'ultima volta che ho trascorso una notte con una paziente in fin di vita aiutandola a sedersi ed a respirare per 10 ore consecutive, aiutata sia dalla madre che dalla sorella oltre che da un collega, al mattino, smontante notte, mentre lei moriva io rimanevo incinta. Ho cambiato subito reparto, agli infettivi non fanno lavorare le donne in gravidanza. Non c'è morte ch'io non abbia vissuto privandola di quel peso greve e colmo di significati più o meno religiosi che la mia assistenza non poteva contemplare, perchè non utili ne necessari. Bastava esserci, donare dignità, esserci con tutta me stessa, per accompagnarli anche solo con una stretta di mano od una carezza, un camice pulito od il viso rinfrescato, in quel viaggio che comprende il primo ed il nostro ultimo respiro; a me era riservata la cura e l'assistenza dell'ultimo! Quando affermo che non temo la morte ma solo le complicazioni più o meno dolorose di quegli ultimi istanti,non è un modo di dire o di apparire coraggiosa. C'è un verso di John Donne che dice: " ....e morte, sarai tu a morire" So cosa vuol dire, ed il mio lavoro mi ha donato proprio la comprensione di quel verso con la pratica e la quotidiana testimonianza di quel momento senza il quale nulla avrebbe senso e stupore infinito, men che meno tutto ciò che lo precede! E qualsiasi cosa ci sia ad attenderci, il nulla od il tutto, è un momento del viaggio imperdibile, nel senso stretto della parola. Un momento da non identificare con immagini lugubri, teschi, femori e falci per esempio, oppure evanescenti e nebulose iconografie che sono solo interpretazioni e non hanno attinenza con la realtà. Riporto delle immagini dal cimitero del Pere Lachaise a Parigi, in quelle mi riconosco ed ognuno di noi ha le sue!
L'altro ieri mio padre ha preparato il mio piatto preferito: polpette! Mia figlia guardava estasiata il suo affacendarsi ai fornelli. Il risultato non è stato all'altezza ma le abbiamo mangiate come se fossero le prime polpette assaggiate nella nostra vita. Ha esagerato con l'aglio e questa mattina sembravamo uscite da un viaggio gastronomico nei paesi della ex Yugoslavia. Mi sono ricordata i treni che provenivano da quelle zone, stipati di carne umana pronta per essere usata in Svizzera o Germania. Ricordo le parole di mio padre che vide arrivare un treno in pieno inverno con il riscaldamento guasto. Una donna stava allattando il proprio figlio ed aveva il seno viola. Obbligò i ferrovieri svizzeri a cambiare non solo il locomotore come da prassi ma pure il vagone. Per il restante viaggio tutti godettero del tepore e di bevande calde, dal latte al the. Era imbufalito dalla disumanità talmente superficiale da far andare a fondo la sua pazienza e creare problemi con la dirigenza ferroviaria svizzera per il ritardo. All'epoca le persone venivano premiate con un "Bravo" erano sostenute in queste scelte, oggi il ritardo supererebbe di gran lunga le logiche umane di sopravvivenza. Mio padre ora esagera con l'aglio ma la vita sa benissimo che sapore debba avere e come cuoco ha preparato ottimi momenti culinari, il cibo dell'anima lui lo conosce bene! Quel seno viola mi ha sempre impressionato, come si potesse guardarlo senza provare nulla, ne pietà ne orrore. Fino a quando è sceso su quella donna lo sguardo di chi vedeva delle persone e non bestie da soma davanti a lui!
Ci sono frammenti della coscienza che come schegge fuoriescono dal nostro essere durante un movimento improvviso della vita. Non sappiamo come siano riusciti a sopravvivere e dove, come si siano nutriti e idratati, da qualche parte erano e tornano quando meno te lo aspetti. Una prova fisica, una malattia, un evento inaspettato, un'emozione devastante, smuove queste schegge ed eccole, ne scorgi la punta, senti la consistenza di quello che hai provato ed il tutto si fonde con quello che stai provando. E' questa la memoria? E' questo il miracolo dell'esperienza o solo fortuna! Non sembrano cassetti da aprire i frammenti della memoria, ma corpi estranei che un energia fa emergere dalle profondità del nostro essere, come una risonanza magnetica smuove un proiettile conficcato in qualche parte del nostro corpo. Spesso è indolore questa fuoriuscita improvvisa, altre volte toglie il fiato ma il dolore è, pur intenso, di breve durata. Quello che non si può prevedere è la sua comparsa, come un terremoto o un'eruzione vulcanica. Qualche segnale si avverte ma non è catalogabile ne ha rilevanza scientifica od umanamente plausibile. L'istinto dovrebbe aiutarci ma anche quello spesso è assonnato e si distrae facilmente. C'è un senso, lo chiamano il sesto, che pare aiuti in questi casi ma, provoca delle perturbazioni non osservabili e quindi se non si usa la propria attenzione come un laser, con precisione e con perizia da chirurgo oculistico, non aiuta neppure quello. C'è un solo mezzo a nostra disposizione che viene in nostro aiuto: l'istinto di sopravvivenza! Si sopravvive a dolori che si ritiene devastanti, irreparabili, si sopravvive quasi sconcertati dalla forza del nostro corpo e del nostro essere a resistere ad un simile urto! Investiti e spazzati via da una delusione o da un tradimento, con una minima probabilità di avere abbastanza fiato per non affogare, da una simile esondazione si riesce a tornare a galla, perfino a nuotare, scansando macerie e contribuendo con il movimento di gambe e braccia scorticate a raggiungere quella riva aiutati da correnti sconosciute ed incredibilmente forti. Quelle schegge sono come salvagenti oppure ci affondano del tutto, dipende dall'uso che ne facciamo, ed in pochi attimi dobbiamo decidere che uso farne! Affascinante e terribile allo stesso tempo!

mercoledì 2 maggio 2012

La coscienza

. La coscienza è sempre stata un grande mistero della vita e dell'universo. Tutti la sperimentiamo ma non sappiamo definirla. Come fa il cervello a raccogliere dati grezzi sul mondo e a trasformarli nella sensazione di essere vivi? Purtroppo finora nemmeno le tecnologia più sviluppate per studiare il cervello sono riuscite a rivelarci dov'è la sede della coscienza. Le sue alterazioni non si verificano solo sotto anestesia ma anche quando ci addormentiamo o ci danno un colpo in testa. L'anestesia però permette ai neuroscienziati di manipolare la nostra coscienza senza farci correre rischi, in modo reversibile e con estrema precisione. Anche se il loro lavoro non riceve tanta attenzione come quello dei chirurghi, gli anestesisti hanno l'importante compito di tenerci in bilico tra la vita e la morte. Spesso si pensa che lo stato di coscienza sia qualcosa di ben definito: o siamo svegli o no. Tuttavia esistono vari livelli di anestesia. Addormentare una persona non è come spingere un interruttore, è più come regolare la potenza di una luce. Di solito all'inizio il paziente prova una sensazione simile all'ubriacatezza, che a volte ricorda quando si risveglia. Poi arriva la perdita di coscienza, cui corrisponde l'incapacità di rispondere ai comandi. Man mano che ci si addentra in questa zona d'ombra, il paziente non reagisce più alla penetrazione dell'elettrobisturi nella carne e , ai livelli più profondi, può aver bisogno dell'aiuto di un respiratore artificiale. Cosa succede al cervello durante la somministrazione degli anestetici? Con l'affievolirsi della coscienza si verifica una perdita di sincronismo tra le diverse zone della corteccia cerebrale, cioè nello strato più esterno del cervello che è collegato all'attenzione, alla consapevolezza, al pensiero e alla memoria. Durante l'anestesia quando il paziente passa dallo stato di veglia a una leggera sedazione e infine non reagisce più, succede che piccole isole della corteccia cerebrale si attivano in risposta agli stimoli esterni ma questa attività non si diffonde ad altre aree come accade durante la veglia od una leggera sedazione. Cosa significa? Vuol dire che a livelli di anestesia più profondi la comunicazione a distanza degli stimoli elettrici al cervello viene bloccata, è come se il messaggio fosse recapitato nella cassetta della posta ma nessuno lo raccogliesse. Cosa provoca questo blocco? I farmaci non si limitano a spegnere tutto, modificano la comunicazione che è come un sistema di andata e di ritorno dei messaggi. Ecco i segnali di ritorno vanno perduti durante l'anestesia. L'anestesia è un coma indotto farmacologicamente, durante questo processo si verifica lo stesso blocco dello spazio di lavoro globale del cervello che avviene nelle persone in coma profondo. Studiando meglio l'anestesia potremo capire meglio il coma e lo stato di coscienza sia nelle persone sane che malate. In sala operatoria mentre si dorme qualcuno apre il nostro corpo e non si ricorda nulla di tutto ciò. Per un po' di tempo quell'io non è esistito. Senza sapere esattamente come fanno ogni anno gli anestesisti portano centinaia di milioni di persone sull'orlo dell'abisso senza farle morire, o quasi! E poi le riportano indietro sane e salve, quasi sempre! Dante Alighieri avesse saputo quello che stiamo studiando noi della coscienza umana avrebbe scritto un'altra Divina Commedia?! Per realizzare dei grandi sogni bisogna sempre sognare in grande. Osate, osate sempre sosteneva Leonardo Da Vinci. Il primo ad eseguire un'operazione in anestesia generale fu un chirurgo giapponese nel 1804 usando una miscela di erbe potentissima. In Occidente il primo intervento del genere avvenne nel 1846 al Massachussetts General Hospital di Boston negli Stati Uniti. Il paziente fu addormentato con una bottiglietta di etere sotto il naso. Da allora sono state usate varie sostanze chimiche, alcune come l'etere dovevano essere inalate, altre iniettate. Quello che affascina veramente non è solo la possibilità di intervenire all'interno del nostro corpo per guarire da una malattia senza provare dolore ma, è l'interruzione della coscienza quello che colpisce di più. Chi ha provato il risveglio da un intervento operatorio in anestesia generale sa cosa significa. Si rientra nel mondo dall'oblio più totale, sembrano passati pochi secondi invece a volte trascorrono ore ed ore. Si fa fatica ad aprire gli occhi, a parlare, a muoversi, si sente con l'udito ma certi comandi al cervello non ottengono risposta immediata e ci vogliono ore per riprendere il controllo dei nostri movimenti e delle nostre facoltà sensoriali, il loro utilizzo. Un ritorno da quello che alcuni chiamano il nulla, altri l'oblio, altri ancora l'incoscienza, altri un sogno.........il ritorno non è certo ma se avviene ha il sapore di una rinascita!
Ieri sera, pioggia a catinelle! E' sicuramente una descrizione riduttiva del fenomeno, più che catini si trattava di botti gigantesche che si rovesciavano dal cielo. Getti da idrante che espolodevano con il contatto a terra, la grondaia ed il tubo che raggiunge il pavimento vicini alla deflagrazione per la pressione dell'acqua al loro interno. Forse tutto a causa di foglie autunnali e detriti ancora da rimuovere che ostacolano il flusso, ed io con un ombrello che rimbomba come fosse un tamburo a cercare di dirigere il getto verso il giardino e non contro le mura maestre della casa. Mi sono sentita stupida e con scarso senso pratico, mi veniva da ridere ed ero al contempo preoccupata, bagnata e se qualcuno mi avesse accennato che "Ballando sotto la pioggia" è un film romantico avrei chiuso l'ombrello per inseguirlo con bruttissime intenzioni, tutt'altro che romantiche. Poi quel diluvio è cessato all'improvviso, da un momento all'altro il silenzio e lo sciabordia dell'acqua nei canali di scolo. Il fiume presso casa gonfio e fortunatamente con una corrente tumultuosa ma veloce che trasportava il carico di pioggia e di acque provenienti da altri affluenti con una grazia ed una potenza infinitamente maggiori della mia, animale terreno poco avezzo alle grondaie ed ai diluvi. Questa mattina uno stiramento al braccio, tendinite, me la sono proprio cercata, ed il bosco del parco del Ticino di un verde smaltato e brillante da abbagliare. Il fiume ancora alto e vicino alla riva ed all'approdo delle barche, le strade lucide, le pozzanghere enormi a riflettere un cielo sia grigio che azzurro. Quando usano la terminologia "tempo variabile" forse non sanno che la sintesi spesso riduce e comprime eventi interminabili quando si attraversano con il corpo. La mente cerca di minimizzare l'accaduto con uno schema precostituito ma l'ironia abita anche tra i neuroni e non solo l'anima! Le coperte questa notte mi sembravano insufficienti per scaldare le ossa e la pelle ancora bagnate ed intirizzite dal freddo. Ci si cambia di abito ma rimane sempre la sensazione di essere inzuppati fino a quando il sonno non vince ed i muscoli si lasciano avvolgere dal riposo. Muscoli e nervi che di tanto in tanto strattonano ancora le gambe e le braccia indolenzite. Mancava l'acqua dal cielo da troppo tempo, la terra ne aveva bisogno, io mi sono ubriacata d'acqua insieme alla terra su cui cammino!

martedì 1 maggio 2012

Ci sono giorni, ore, istanti che si dilatano all'infinito. Ci sono momenti da mettere insieme, ricucire, fili da riannodare, parole da far scivolare su fogli bianchi, ci sono idee finalmente chiare, altre più sfumate che cercano la luce. Ci sono giorni in cui vorrei non smettere di restare sveglia per continuare a pensare ed a far fluire le connessioni che danno un senso a quello che ho visto, che vedo, che vedrò! Ci sono giorni piovosi come questo in qui il cielo grigio fa da contralatare alla luminosità dell'essere vivi! Ci sono momenti in cui tutto è chiaro, talmente chiaro che perfino le parole ti ridono in faccia e ti consigliano la sintesi. Perchè la verità è semplice e non ha bisogno di molte parole. Ci sono giorni come questo in cui si vorrebbe essere circondati da un cielo terso ed invece piove e grandina, il vento smuove le grondaie, scricchiolano i muri imbevuti di pioggia, il tendone sul terrazzo si lacera. Esco ed apro l'ombrello per vedermelo strappato via con forza, salvo i gatti randagi ospitandoli dentro casa, sono nervosi ed io li osservo muoversi con la coda dritta simile ad un'antenna. Poi il silenzio, la tromba d'aria sembra allontanarsi o diminuire di intensità, i gatti si accomodano sul divano e si leccano l'un l'altro, non vogliono uscire, cercano tepore e sono più tranquilli. Quando tutto sembra avvolgersi in un cumulo di macerie ecco improvvisamente quella calma che non precede solo la tempesta ma le fa un inchino dopo che se ne è uscita dalle nostre case e dalle nostre vite! I gatti ora dormono o fingono di dormire, hanno le orecchie dritte ed il corpo mollemente abbandonato fra i cuscini. Temono che li mandi via ora che non piove più, mi girano il sedere mentre esco dalla stanza. Ora mi conoscono un po' di più ed io loro!
Ho rivisto la scena della nebbia nel film "Amarcord". Il nonno che si perde fuori dal cancello, che gli sembra di non stare in nessun posto, che non sente più nulla, sparito tutto, la gente, gli alberi, il vino. Non trova più la sua casa e solo un amico che passa con un carretto trainato da cavalli lo riporta alla sua casa, vicinissima. Non vedeva quella nebbia dal 1922, una nebbia bianca, fitta, palpabilissima, che ti lascia le gocce sulla pelle, un aerosol di aria ed acqua profumata di mare. Io ne ricordo una simile ma in montagna, in pieno luglio. Al mattino una nebbia che ho fotografato simile a quella autunnale, la stagione si percepiva dai colori dellìerba presso il sentiero, dal verde degli alberi, un verde brillante che la nebbia non stingeva. Di pomeriggio è tornato il sole estivo e quasi ero dispiaciuta per quel silenzio ovattato che se ne era andato via. Perfino gli uccelli tacevano e solo qualche ramo spezzato o il terriccio sotto i piedi che scricchiolava erano i suoni percepiti. Si camminava a passo lento senza fretta, in religioso silenzio. Ci sono momenti condivisi con la natura che ti circonda che paiono sacri anche a chi non crede in un qualsiasi Dio! Per chi ci crede è come pregare mentre si cammina o si respira, il vissuto percepito presso certi luoghi diventa qualcosa da proteggere dalle battute o da un sorriso, un caro ricordo simile ad un fuoco da tenere acceso, braci da conservare. Penso all'Eremo delle Carceri ad Assisi, a Santiago de Compostela all'entrata nella cattedrale o lungo il cammino, nei boschi e lungo strade percorse da pellegrini provenienti da ogni luogo e tempo! Poi ci sono i boschi di montagna, quelli di larici e pietre, di pini e macchie di rododendri, ci sono i percorsi segnati dalla memoria, con mio nonno che mi insegnava i nomi dei fiori e delle piante.....quello che di sacro la vita dona alla memoria, attimi od ore che entrano nel sangue e sono come unguenti miracolosi quando l'anima ne richiede l'intervento.